Caterina Artini (1996) è nata a Ferrara e cresciuta – attraverso la sua immaginazione – negli Stati Uniti. Amante insaziabile del cinema hollywoodiano, adora le pellicole sentimentali, la letteratura, la lettura, la musica e la compagnia sincera. Questo è il suo romanzo d’esordio.

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Copertina Una piccola porzione di cielo Caterina Artini

Una piccola porzione di cielo di Caterina Artini

Capitolo primo

«Sophia, allora ci vediamo domani».

«Sì, io resterò ancora un po’ per sistemare un paio di dialoghi. Qualcosa che non mi convince del tutto, anche se non so spiegare cosa con precisione, almeno per il momento».

Tenevo la testa china sfogliando le pagine con in mano una matita che agitavo freneticamente e che seguiva il ritmo dettato dal mio piede, oscillante.

«Ti lascio le chiavi?».

«Sì, grazie».

Solo allora sollevai lo sguardo, rivolgendo ad Alec un sorriso mentre lo squadravo dal basso verso l’alto.

«Sarà ora che te ne faccia fare una copia».

«Sì, ormai passo più tempo fra queste mura che a casa mia».

Terminai la frase con un cenno d’intesa accompagnato da un sospiro divertito, mentre lui mi allungava il suo mazzo di chiavi.

«Provvederò, allora. Ciao».

Alec mi posò la mano su una spalla, in un gesto paterno e affettuoso, dopo essersi abbottonato il soprabito. Quando se ne fu andato mi ritrovai tutta sola in quel teatro. Decisi di sedermi sul palco, con le gambe a penzoloni, a metà fra il suolo dell’Olimpo e la platea dei fedeli che si prostrano al cospetto degli dei. Sedetti lì per sentirmi parte di quell’ambiente, a cui spesso sentivo di non appartenere del tutto, nonostante la grande passione che provavo. In realtà non mi ero mai sentita di appartenere a nessuno, perlomeno non in maniera assoluta.

Non feci molto caso alla platea, alle poltrone. Volevo rileggere il copione, l’avevo portato sul palco con me e la mia concentrazione era volta soltanto su questo. Quando decisi di concedermi una pausa – ripassata quasi tutta la commedia – mi alzai in piedi rumoreggiando con i tacchi degli stivali color cuoio che battevano sulla ribalta. Allargai le braccia, reclinai leggermente la testa sentendo i capelli toccarmi il fondo della schiena e, lentamente, roteai su me stessa compiendo un giro completo. Solo allora la mia quiete e i miei pensieri furono spezzati da una voce che, dopo la sorpresa iniziale, riconobbi come famigliare.

«Sei a tuo agio, lassù».

Udendola, mi ricomposi immediatamente avvicinandomi alle scale per scendere in platea.

«No, ti prego non scendere. È bello osservarti mentre sei così…».

«Così come?!» domandai, posando una mano sui fianchi.

«… Libera».


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