Marco Quarin

Marco Quarin, nato in Friuli nel 1951, vive a Mestre (Ve). Ha pubblicato i romanzi Paese di guadi (Nuovaprhomos, 2016), Sopra non appare alcun cielo (Robin, 2018) e Il bosco di Marx (Prospero, 2021). Rinuncerebbe ai suoi 6000 libri se servisse a sanare un’ingiustizia o a lenire anche solo una sofferenza umana.

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Oltre l’ombra di un sogno copertina

Oltre l’ombra di un sogno di Marco Quarin

Capitolo 1. La Clinica Brantani

Ottobre 2014


«Le verità assolute, estreme… Solo i bambini e i poeti possono proclamare verità assolute. Certo ciascuno ha diritto alle proprie convinzioni, ma ogni assolutismo, ogni estremismo distrugge ciò che afferma. Le profonde verità bisbigliano, si muovono lente e possenti, sono carsiche. Purtroppo l’estremismo penetra ovunque. Prendi il linguaggio. Una forma di estremismo narcisistico lo pervade, introdotto dalla mistica del possesso. Ho un problema: così esordiscono i pazienti al primo appuntamento. Un tempo le parole erano parole, non fonemi. Si può possedere un oggetto, non una persona, meno che mai un problema; il problema non è di nostra proprietà, già lo diceva Marcuse mi pare. E poi magari si scopre che il problema non è neppure nostro bensì di qualcun altro. Sarebbe corretto dire: attraverso un momento di difficoltà; vivo una situazione di disagio; soffro d’insonnia, idee fisse…».
Gli capitava spesso di ricamare su un pensiero raggiungendo a piedi la clinica, cieco e sordo a ciò che lo circondava. Un clacson lo fece trasalire e si rese conto che le sue coordinate mentali erano partite per l’altrove speculativo. Cos’erano quelle scatole di cemento mascherate da abitazioni di lusso? E quei parallelepipedi di vetro sparati verso l’alto? La City, la sfida del dio della modernità ai tempi della crisi.
Fece dietro front e dopo un centinaio di metri svoltò nella laterale alberata sulla sinistra. Non aveva l’aria di una strada milanese, vicino al centro per giunta: le ricurve tamerici sul bordo dell’asfalto, una casa con la torretta, inferriate di giardini recintati, un piccolo prato verde con i giochi per bambini e una montagnola di sabbia. Mancavano l’aroma salmastro e lo stridore di un gabbiano per pensarsi in una località balneare, magari dell’Adriatico. Ma lui era abituato al panorama sulla sua destra dove le auto erano parcheggiate in fila, le facciate stinte dei palazzi tradivano la secolare militanza meneghina e sui portoni di legno erano esposte una sfilza di placche semiossidate. Spesso si era chiesto cosa nascondessero quelle targhe con nomi quasi illeggibili: trascuratezza, cessazione dell’attività professionale o commerciale, spregio dei clienti? E poi due condomini grigi piantati su giganteschi piloni, con i vetri oscurati che sembravano trasudare come se calamitassero una pioggia impalpabile.
«Il cemento armato salva dai terremoti, ma imprigiona nella solitudine…».
Lasciò quel pensiero sul marciapiede e guardò in avanti, come per ricevere un’immagine che lo rassicurasse. Eccolo là lo sfavillio nel velo diafano delle trasparenze ambrosiane: la nuova targa di rame, doppia.
Decelerò per rileggerla. In maiuscolo, sul lato corto: Villa Brantani. In corsivo, sul lato lungo: Consulenze psicologiche – Psicodiagnostica – Psicoterapia – Cure palliative – Piscina idroterapica – Ospitalità – Congressi. Villa Brantani, che lui si ostinava a chiamare clinica ma clinica non era.
Un collega svizzero gli aveva suggerito di farne una specie di hotel psicologico di lusso dove chi attribuisce valore economico a ogni minuto del proprio tempo potesse trovare ristoro di corpo e mente; gente facoltosa che ama le comodità, la discrezione, l’efficienza, le cure farmacologiche all’avanguardia, la dieta detox, l’istruttore personale in palestra e il maestro in piscina. Era partito arredando due ambulatori, quattro stanze per gli ospiti, la mensa e la palestra; in cinque anni le stanze erano diventate dodici e nella dépendance aveva ricavato la piscina, la sauna, l’area per gli esercizi fisici e la sala conferenze.


Oltre l’ombra di un sogno


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