Massimo Zibordi

Massimo Zibordi è nato nel 1953 a Mantova. Dal 1985 partecipa a vari concorsi letterari di poesia dialettale e nel 2004 aderisce al cenacolo dialettale mantovano Al Fogolèr. Ha pubblicato la silloge Mark Twain l’è nat a Mantua (2007), questo è il suo primo romanzo.

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Copertina Spinosa

Spinosa di Massimo Zibordi

Presentazione

C’è un passo che mi intriga, breve, brevissimo, nelle pagine di Spinosa. Si trova nel racconto Il martin pescatore, là dove il volatile sembra proporre all’adolescente Marco alcune suggestioni straordinarie: il ragazzino si accorge che negli occhi del martin pescatore risiede «la magia di lontanissime e precise rotte migratorie» e poi viene dallo stesso messo in guardia: le sirene talvolta imbrigliano la mente ai nocchieri e con il loro canto ne confondono la rotta.
Sono due originali metafore di molte (tutte?) storie presenti nella raccolta. Incominciamo dalle remotissime rotte migratorie. Non di migrazioni geografiche si tratta ma di affioramenti lontanissimi e tuttavia meravigliosamente precisi, partiti dagli anni Cinquanta e giunti fino a noi. Sessant’anni di “movimenti migratori” (si intenda qui la vita trascorsa da Massimo) non hanno alterato la magia di quel mondo perfetto, ce lo restituiscono invece come se stesse scaturendo da una limpidissima sorgente di montagna posta ai piedi di un nevaio. Quelle donne e quegli uomini, quei cani da ferma e i loro allenatori e veterinari, quelle abitudini e quelle credenze han fatto un loro percorso, han compiuto una precisa migrazione che nello stesso tempo ne ha mantenuto vivissima la matrice ma le ha risuscitate a un livello ove la storia lascia il posto all’etica. Il loro movimento, la loro migrazione, non è carsica, non è tribolata, ma si propone a noi con una trasparenza eccezionale, con i colori nitidi di una giornata luminosa dopo una notte di vento; gratifica il lettore che vi ritrova una vivacità, un’ironia e un’autenticità che sì, davvero, rimandano a un mondo perfetto che è quello dell’infanzia a Spinosa.
E poi ci sono queste sirene che nutrono da sempre l’insano desiderio di smarrire i nocchieri. Rischio eterno, tentazione costante ma lecita, ché solo chi si smarrisce può infine ritrovarsi. E tuttavia a Spinosa, in quel mondo terragno e plastico dove la legge prima – quella più importante – non è scritta nei codicilli di volumi enormi ed ermetici ma dentro il cuore delle persone, le sirene ci sono anche per giovani e giovanissimi; esse tentano, come dice il martin pescatore, di far smarrire la strada ma senza avvedersene la insegnano. Ché non solo l’Autore, ma tutta la folla che egli racconta, se di smarrimenti ne ha avuti, sempre alla fine si è ritrovata.
Con questo mi pare di aver sottratto Spinosa alla pur straordinaria bellezza della rievocazione autobiografica per consegnarlo a un livello ove ogni gesto, ogni parola, ogni episodio, ogni presa di posizione, perfino ogni cane e ogni gatto, assurgono – senza che mai l’Autore abbia bisogno di salire in cattedra – a massima comportamentale universale.
Ecco perché mi piacciono le sue memorie. E anche perché ci sono in quelle storie mille altre cose che appartengono a una quotidianità genuina, semplice, nostra. L’elenco è lunghissimo, inesauribile: il mozzicone dell’Alfa che pende dall’angolo della bocca; il cappello di paglia della Vitasol; il tirar su con il naso; il budino San Martino; il rosario; il lardo; Rin-tin-tin; la camera d’aria che non finisce mai di servire; il pane con lo zucchero; il secchiaio; perfino gli orinali… E dentro questo mondo, noi (consentimi Massimo di entrare anch’io, lateralmente, nelle tue storie).
C’è poi un linguaggio che – ora qui ora là, senza darlo a vedere, con le sole parole, senza immagini o altri ausili – si fa forte dell’esperienza poetica, non estranea a Massimo, e che qui con la prosa va a braccetto: «La terra, insaziabile come ogni sera, ingoiava un sole infuocato»; «nel riflesso frantumato della luna»; «nella genesi del mattino». E poi la neve che «scendeva lieve come una preghiera» e il sole che allunga «un sipario d’ombra» e le «chiassose risate dei fossi», e Dio sa quale timbro avevano per Massimo quelle risate. Ascoltiamo le parole. Hanno bisogno, almeno qualche volta, di accostarsi come vogliono loro, senza regole, o come i poeti saggi o capricciosi le costringono a fare. Fa bene avere un corpo a corpo con le parole, a chi scrive e a chi legge.
C’è una povertà a Spinosa che non intacca né l’intelligenza né la dignità. C’è una pedagogia senza manuali fatta di terra e di fossi. C’è una religiosità spontanea e confidenziale, così come compare nell’ultima riga del racconto Il chiodo della Madonna: «Tra madri certe cose non hanno bisogno di commenti». E le due madri, poste su uno stesso piano che nulla ha di sacrilego, sono la madre naturale e la Madonna: bellissimo!
Ci sono tutte queste cose e molte altre ancora nei racconti, che è come dire in Spinosa, che è come dire nel libro. Perché Spinosa e il libro si identificano, ontologicamente non figuratamente intendiamoci.
Ecco perché mi piacciono i racconti di Massimo.

Aldo Ridolfi
Tregnago, 1° maggio 2021.


Massimo Zibordi


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