Zena romanzo

Pasquale Faraco

Pasquale Faraco

Pasquale Faraco nasce a Napoli nel 1971. Dopo la laurea in Storia medievale e un breve periodo di ricerca si trasferisce a Bologna, dove lavora come educatore. Alterna le lezioni alle scuole medie con il teatro (con il gruppo teatrale Massa a Fuoco) e la scrittura. Scrive e interpreta diversi monologhi, tra cui Questione di Centesimi (2016) su un operaio Fiat di Pomigliano. Fin da ragazzo si impegna per l’ambiente e per diverse cause (perse).

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Zena copertina

Zena. Rivolte dal crepuscolo di Pasquale Faraco

Prologo

Bologna, 21 marzo 1575

Oggi mi è oltremodo difficile vergare le pagine di questo diario. I recenti composti da me ottenuti mi hanno riempito di stupido orgoglio, gioia sublime ma anche di uno smodato timore per le conseguenze che ne verranno. Ergo, le parole si affollano sulla punta del calamo e fatico non poco a districarmi nella gran matassa dei sentimenti. Per costringermi a una maggiore chiarezza, in questa occasione, anziché scrivere solo per me stesso ut solitum, fingerò di scrivere una missiva ad un destinatario in carne ed ossa: il mio protettore, nonché amico, il reverendissimo monsignor Gabriele Paleotti.

Con la speranza che queste mie parole possano essere lette solo da chi ha il cuore puro e in armonia con Arca.

Reverendissimo Monsignore,

in primis, spero vivamente che il decotto di dittamo e dente di cane che Le consigliai per la sua tosse Le abbia lenito il fastidio. Bello e vasto è lo mondo delle piante, perché bello e vasto è il mondo di Arca che è la maniera, com’Ella sa, con cui io mi diletto a volte a chiamare il Creato. Arca, come l’arca dell’alleanza, di cui parla la Bibbia, tra l’uomo e la natura. Leggendo queste mie parole, Ella si starà domandando or ora: ma cosa vuole dirmi, Aldrovandi? Sempre il solito sconclusionato! Avete ragione, Monsignore, ma io – come sapete – applico in pieno il verso dantesco: «I’mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando».

Per me l’amore è la vita, è la natura, ed è ciò che che mi detta queste parole… Penserete che sono solo un presuntuoso che si illude di conoscere il vero messaggio della Creazione di nostro Signore… Può darsi, Eminenza, ma io sento queste cose dentro di me e devo metterle per iscritto (…).

Ma veniamo ad punctum.

Ella, come forse memorerà, in una precedente missiva mi aveva sottoposto un quesito circa la possibilità di ottenere dalle piante composti atti a “restituire vigore ad arti decrepiti”. Mi aveva sollecitato a detta ricerca per prevenire alcuni eretici che si nascondevano dietro tonache e gorgiere accecati dalla brama di potere, i quali, pur di arrivare ai loro malvagi scopi, sottopongono piante, fiori e animali alle più turpi torture che nulla hanno a che fare con la scientia e la fede. Tra questi scopi sicuramente il più abominevole è senz’altro quello di ottenere l’eterna giovinezza. Purtroppo anche io ammetto di aver peccato spesso di superbia e brama di conoscenza…

Temo, infatti, di aver superato ancora i limiti posti da nostro Signore anche in questa circostanza, così come l’Ulisse dantesco, ma reverend.mo monsignore, Ella sa che non sono più colui che ero anni fa, quand’era altr’uomo da quel che io sono. Ma studiando questo composto, che ho chiamato vidalia, ne ho trovati altri due che ho nominato rispettivamente almateriarca e acronio.

Tutti e tre ci permetterebbero di conoscere vieppiù Arca. L’acronio ci permetterebbe di isolarci dalle nostre egoistiche preoccupazioni dell’hic et nunc e poter così percepire di Arca altri momenti e luoghi; la vidalia riuscirebbe a rinvigorire le nostre membra come se tornassimo giovani, dandoci più anni di vita per fare del bene. Ma è l’almateriarca, infine, il composto cui tengo di più. L’almateriarca ci permetterebbe di trovare Arca dentro di noi. In ognuno, de facto, io credo siano cum-presenti tutte le creature: l’essere umano è fatto a immagine e somiglianza di Dio e come tale dunque ha dentro di sé l’universo intero; come scrive il sommo Pico, noi siamo il microcosmo in cui si cela il macrocosmo. E – come sempre il conte della Mirandola scrive – a volte l’uomo è angelo, a volte bestia. Ma l’uomo può scegliere. Solo che, a mio parere, le bestie sono più pure e più vicino a Dio di quanto crediamo. Se l’essere umano ritrovasse gli animali che si celano in corde suo sarebbe un essere migliore.

In veritate i suddetti composti sono ottenuti da piante note da tempo agli alacri contadini delle campagne del bolognese. Ma la mia modesta esperienza de’ fatti di altri paesi mi convince che detta sapientia è comune a molte genti. E da tempi immemori.

Temo però che coloro ai quali accenna sua Eminenza, e che spesso si nascondono dietro toniche o gorgiere e amministrano la giustizia e i negotia, potrebbero – con l’ausilio di qualche collega dello Studio bolognese – usare questi composti per fini malvagi, id est per aumentare il loro già grande potere, ora come in passato e purtroppo temo, ahimè, in futuro. Ecco perché a tal proposito ritengo che sia necessario che uomini di fede e scienza come me diffondano nel mondo conosciuto questo messaggio di unità e armonia con la natura, con gli altri esseri viventi; con Arca. Essi dovranno essere guerrieri e poeti, scienziati e devoti, affinché i malvagi non distruggano la bellezza del Creato. Insieme potranno formare degli eoni e unirsi e, grazie ad Arca e a nostro Signore, costituiranno una formidabile forza d’amore e di scienza, di poesia e fede. L’ubicazione degli eoni e la ricetta dell’almateriarca saranno oggetto di una lettera successiva.

In veritate, non ho ancora ottenuto la migliore mistura per i composti, ma posso dire che alcuni esperimenti condotti sulla mia persona mi lasciano ben sperare. Tutti e tre sono stati per ora ottenuti da piante che fanno parte del mio erbario. In particolare: per l’acronio servono tre parti di spigo di nardo e 2 parti di moly di Omero ovverosia latte di gallina d’Arabia che cresce in Salento (ho prove certe di ciò) e una parte della nostra genziana che cresce sul Corno alle Scale.

Per la vidalia prendere una parte di olea sativa e due parti di glans jovis dal nobile albero della quercia che cresce vigoroso nelle nostre contrade. E, infine, per l’almateriarca prendere una parte di Frumentum turcicum luteum altrimenti noto come maiz or ora giunto dal Nuovo Mondo e una parte della Malus domestica, la nostra familiare mela.

Da detti composti si dovranno ottenere delle droghe simili a quelle che ci giungono dai lontani porti del suddetto Nuovo Mondo.

Occorrerà ancora studiare detti composti, perché non sono ancora efficaci del tutto. Ad essi manca un ingrediente fondamentale; ritengo possa trattarsi di un elemento diffusissimo per tutto il Creato e non però appartenente al mondo vegetale. E non alla portata di tutti. Mi riservo di continuare a studiare e di rendervi edotto in una successiva missiva.

Intanto voglia Ella accettare da questo umilissimo servidore gli omaggi più sinceri.

Suo,

Ulisse Aldrovandi

Bip bip bip.

Ma che cazzo è ’sto “elemento diffusissimo per tutto il Creato”? E dire che li ho provati tutti, pure la materia e l’energia oscura!

«Ma vaffanculo Ulisse!»: l’urlo del prof Jerry Tesor risuona nel museo Aldrovandi dentro Palazzo Poggi, via Zamboni, alle 4.00 di notte del 21 aprile, anno del pode 2050. Sta leggendo per l’ennesima volta una pagina del diario di Ulisse Aldrovandi, il grande naturalista bolognese del XVI secolo.

«Fanculo Aldrovandi e l’almateriarca!».

Bip bip bip.

Sono anni che legge e rilegge quella pagina. Una pagina che rovina tutte le sue notti, le sue magic nights con qualche studentessa super-figa e sperimentatrice con cui il prof, genetista di fama mondiale e docente alla facoltà di Iper-Biotecnologie della gloriosa Alma Mater di Bulagna, la più antica università del mondo, è uso sollazzarsi. Si tratta ovviamente di un sollazzamento tutto scientifico: all night long lui e la studentessa hanno parlato di inseminazioni tra diverse specie animali, tra specie animali e cyborg, tra specie animali e umani, tra umani e postumani, tra postumani e cyborg, tra umani e umani – e visto che c’erano hanno fatto anche qualche prova pratica. Conversazione condita da happypill a manetta ed elioeroina fatta in casa – il prof è anche eminente chimico – e del buon Primitivo portato artificialmente alla gradazione di 30°.

Bip bip bip.

Tesor gode di vera e propria idolatria tra i suoi studenti e soprattutto tra le sue studentesse anche se, a dir lo vero, qualcuno pure tra i maschi se lo farebbe! E ne hanno ben donde: biondo, occhialini à la page, pizzetto platinato, età pubblica di trentacinque anni, anche se quella anagrafica dice settanta; molti ormai, soprattutto quelli che hanno lavori ben retribuiti e sono in alto nella catena alimentare, possono permettersi di vivere oltre i cento anni e dimostrarne la metà, ma soprattutto hanno la facoltà di starsene al sicuro sotto la cupola iodio-ionica3 che protegge il mitico Libero Comune di Bulagna.


Pasquale Faraco

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