Doppio destino - Copertina

Doppio destino

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Roberto Piola

Doppio destino

Ombre sotto il sole di Nizza

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Doppio destino. Suspense, amore e segreti nascosti sotto il sole della Costa Azzurra. Un intreccio che attraversa il tempo e la mente.
Lorenne, una donna dal passato oscuro, compie trent’anni proprio il 15 maggio. La sua vita tranquilla si trasforma in un vortice di mistero quando un uomo sconosciuto e un impulso irresistibile cambiano il corso degli eventi rivelando segreti sepolti e connessioni sovrannaturali.
Il destino si dipana tra la Promenade des Anglais e la stazione di Mantova.


Biografia di Roberto Piola
Biografia di Roberto Piola

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Doppio destino di Roberto Piola

Antefatto

Era una piacevole giornata di primavera inoltrata e con la buona stagione era arrivato anche il tempo delle gite scolastiche. C’era un bel sole caldo, ma una leggera brezza rendeva il clima piacevole. Ideale per mettersi in viaggio.
Quasi tutta la classe si era riunita sulla banchina della stazione in attesa di partire per la gita scolastica. L’agognato viaggio interrompeva un lungo inverno passato chiusi in classe.
Gli studenti dovevano prendere il treno delle 17.00 per Milano, così avrebbero viaggiato di notte. A Milano poi sarebbero stati costretti a salire sull’Intercity proveniente da Ginevra per Marsiglia. Sarebbero però scesi a Nizza, la meta della vacanza. La Costa Azzurra francese, la tanto celebrata località della quale avevano sentito parlare dai genitori e da cui erano nate le leggende sul jet-set degli anni Cinquanta e Sessanta.
La scelta di Nizza non era stata dettata solo dalla mondanità e dalla speranza di incontrare qualche personaggio famoso (lì avevano la villa personaggi come Elton John, Sean Connery, Tina Turner e chissà quanti altri), ma anche dal fatto che la città una volta era stata italiana, tanto che l’Eroe dei due mondi era nato proprio in quella città.
La stazione di Mantova non era certamente un esempio di modernità: una palazzina fatta, rifatta, restaurata, rattoppata e sicuramente non funzionale. C’era (e c’è ancora oggi) un marciapiede principale con due binari, una banchina centrale e altri due binari; tutto coperto da tettoie in ferro stile Liberty. I treni arrivavano a filo del marciapiede e non c’era alcun segnale o sistema di controllo e sicurezza. La banchina poi era completamente ingombra per le valigie e gli zaini degli studenti che arrivavano sino a ridosso dei binari.
I ragazzi, maschi e femmine, si rincorrevano e si strattonavano lungo il marciapiede urlando e ridendo eccitati dall’imminente avventura. Si sa, è difficile tenere a freno dei giovani esuberanti; tuttavia gli insegnanti ci mettevano grande impegno urlando a loro volta e cercando di trattenere quell’orda impazzita.
Anche Paola era del gruppo, ed era ancor più felice. Quel giorno era particolarmente importante per lei: era il suo quindicesimo compleanno. Infatti era nata il 15 maggio del 1965.
Era una brava ragazza, apparteneva a una famiglia benestante della città, quindi non aveva tatuaggi, piercing o capelli variopinti. Il padre era commerciante e la madre insegnava lingue straniere alle scuole superiori. Aveva una sorellina poco più piccola di lei che seguiva con molta attenzione, poiché i genitori erano spesso assenti per lavoro. Nonostante la giovane età era alquanto responsabile, non era affatto scalmanata o imprudente come altre sue coetanee. Ma purtroppo quando si è in compagnia – molta compagnia – tira uno che tira l’altro, è facile eccedere senza accorgersene e lasciarsi andare sino a diventare imprudenti e trasformare la felicità in tragedia.
Il treno stava arrivando, lo si vedeva in lontananza. Si sentì il fischio della motrice che segnalava il suo avvicinamento. Anche l’altoparlante della stazione lo annunciò con voce roca e stentorea.
Ma i ragazzi non lo potevano sentire, erano toppo impegnati a rincorrersi urlando.
A un tratto, ecco la tragedia.
Uno spintone di troppo nel momento in cui il treno entrava in stazione… Impossibile evitare l’impatto!
Lo stridio dei freni. Le urla dei presenti. Un colpo sordo. Un urlo straziante.
Il treno procedeva piano, ma l’impatto fu comunque devastante.
Paola giaceva riversa in mezzo ai binari in un lago di sangue, dopo esser stata sbalzata in avanti di parecchi metri. Una macchia di sangue ricopriva il muso del locomotore.
Ci fu un lungo attimo di silenzio durante il quale il mondo sembrò fermarsi.
Poi la reazione. I macchinisti balzarono dal treno e corsero verso quel corpicino: sapevano bene di cosa si trattava; avevano visto tutto, impotenti, dalla cabina di guida.
I passeggeri all’interno dei vagoni sballottati dall’impatto si rialzarono e dopo un attimo di smarrimento si affacciarono ai finestrini. Qualcuno abbozzò con titubanza il tentativo di scendere.
Suonò una sirena d’allarme e il personale della stazione accorse, anche gli infermieri del pronto intervento arrivarono subito: erano addestrati per queste emergenze. Si recarono sul posto anche due agenti della Polfer, uno stava già mobilitando i soccorsi dall’ospedale.
Il corpo di Paola giaceva immobile in una posizione grottesca, non si capiva bene come stesse, sembrava un bambolotto gettato lì per caso. Il volto era rivolto in basso, verso terra, ma il resto del corpo sembrava girato verso l’alto. Una gamba era talmente indipendente che pareva staccata dal resto del corpo. Il sangue le stava già inzuppando i vestiti, rendendo ormai difficile distinguere gli abiti dalla carne.
Tutti arrivarono attorno a Paola e tutti contemporaneamente si bloccarono e fecero un passo indietro di fronte a quella orribile visione.
Gli infermieri si chinarono su di lei: respirava ancora, anche se flebilmente. Perdeva molto sangue, occorreva idratarla in attesa di trasfonderla.
Quello che sembrava il più esperto chiese a un collega di correre in infermeria a prendere delle flebo e l’occorrente per rianimarla.
Un altro infermiere, aiutato da un poliziotto, cercò di girarle il viso. Il volto era sfigurato, una parte era stata scarnificata dalle lamiere del treno.
A quell’orribile vista gli studenti, ma non solo loro, scapparono in ogni direzione urlando, piangendo, qualcuno si appoggiò al muro per vomitare.
Gli stessi soccorritori si ritrassero un momento.
Anche Roberto era immobile in mezzo alla banchina, un po’ distante. Non aveva il coraggio di avvicinarsi di più. Da lì, la fissava impietrito e sentiva salire dal profondo una sensazione di senso di colpa. Forse era stato lui a toccarla per ultimo. Forse era stato lui, con una spinta di troppo o troppo forte, a farla finire sotto al treno.
Anche Roberto era un bravo ragazzo, uno studente modello. Perciò il pensiero di poter essere stato proprio lui lo sconvolgeva: cosa fare, cosa dire?
Rivelare a qualcuno quel segreto?
E se fosse stato solo un suo timore?
Adesso era meglio limitarsi a pregare per Paola, se la polizia lo avesse interrogato avrebbe pensato al momento cosa dire.
Le sirene dell’ambulanza e dell’automedica si avvicinavano rapidamente, erano già arrivati anche i Vigili del Fuoco. La polizia e i carabinieri giunsero poco dopo.
La zona fu subito transennata. Per prima cosa i poliziotti fecero allontanare i presenti tenendoli a distanza per lasciare intervenire in sicurezza i medici.
La disperazione tra i compagni e tra gli accompagnatori non cessava; qualcuno era seduto per terra e piangeva, qualcuno pregava. Qualcuno aveva già telefonato a casa per farsi venire a prendere dai genitori, e chi di questi era già sul posto aumentava la confusione con incessanti domande.
Momenti concitati. Il cuore di Paola batteva ancora, anche se molto debolmente. I medici cercarono subito di iniettare delle fleboclisi idratanti e con elettroliti per mantenere adeguati i livelli della pressione e contemporaneamente continuare a nutrire il cuore. Le praticarono una tracheotomia per poterla intubare e farla respirare artificialmente. Poi lì, di più non si poteva fare. Lentamente cercarono di sollevarla e posarla sulla rigida gondola di emergenza. Gli infermieri la legavano con le cinghie per provocare meno danni possibili nello spostamento. Infine cercando di fare velocemente, ma con prudenza, caricarono Paola sull’ambulanza.
Ebbe inizio la folle corsa dell’ambulanza verso l’ospedale.
Il Pronto Soccorso era già stato allertato per telefono da un medico che aveva spiegato la grave situazione. La sala operatoria era già pronta.
L’ambulanza arrivò in ospedale. Non si fermò, entrò direttamente nella camera calda dove arrivano i casi più gravi.
Celermente gli infermieri scaricarono la barella dalla vettura e passarono quasi di corsa per l’accettazione del Pronto Soccorso, dove un medico consegnò loro un documento già firmato. Poi salirono con la barella in ascensore e premettero il pulsante del piano tre, dov’era il gruppo operatorio.
La porta automatica si chiuse dietro loro.
Dopo pochi secondi che sembrarono un’eternità – gli ascensori degli ospedali sono da sempre lentissimi – la lucetta corrispondente al terzo piano si illuminò sul pannello: erano arrivati alle sale operatorie.
Le porte della cabina si aprirono nel corridoio, dove altri infermieri attendevano con un’altra barella: stavano portando una neonata in pericolo di vita dalla sala parto al reparto di rianimazione pediatrica. Questi, pensando che l’ascensore fosse vuoto, cercarono però di entrare di corsa e le due barelle si scontrarono violentemente! Nell’urto la testa di Paola si piegò verso la neonata, e sembrò che anche la testolina della piccola si girasse verso di lei. Per una frazione di secondo forse si erano guardate.
Tutto si svolse così velocemente che l’occhio umano non sarebbe stato in grado di percepirlo. Infatti nessuno se ne accorse, e comunque era per tutti una semplice fatalità. Volarono parole pesanti tra i barellieri.
Paola proseguì la sua corsa verso la sala operatoria, finché le porte si richiusero dietro di lei. Ma solo per poco. Ai medici non restò che constatare che il cuore della ragazzina aveva cessato di battere. Provarono disperatamente a rianimarla, ma invano. Medici e infermieri si guardarono, un’infermiera si lasciò sfuggire una lacrima.
Cadde il silenzio. Poi, il nulla.
Era il 15 maggio del 1980.


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