Il ragazzo di piazza - copertina

Il ragazzo di piazza

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Lino Mastromarino

Il ragazzo di piazza

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Edizione digitale


Il ragazzo di piazza. I ragazzi di piazza crescono in un quartiere popolare nel degrado sociale fra disgrazie, violenze, molestie e nessuna prospettiva. Molti sono coinvolti in attività illecite, altri cercano solo di sopravvivere.
Ettore è un ragazzino che trova per caso il bottino di un furto e prova a fuggire da una famiglia disfunzionale e dai propri demoni, che rappresenta nelle pagine del suo diario. Ha un forte senso di giustizia e libertà, ma allo stesso tempo è tormentato dalla paura e dalla solitudine.
Una storia emozionante attraverso i labirinti della mente umana, oscuri e pericolosi come la vita di strada in un fatiscente palazzo di sette piani nella periferia piemontese degli anni Novanta.

«Non hai avuto paura?».
«Solo un po’, all’inizio. Ma ho ascoltato la paura come mi hai insegnato tu, quindi ho capito il pericolo e l’ho guardato: ho compreso che in qualche modo potevo batterlo e scamparla».


Fabrizio Perdicaro
Fabrizio Perdicaro


Il ragazzo di piazza di Fabrizio Perdicaro

Capitolo uno

«Fa freddo in questa baracca».
«Lo so ma dobbiamo rimanere qui stanotte, non possiamo più tornare indietro. Guarda in quel cassetto se trovi una coperta».
«Non c›è niente, solo stracci luridi e tanta polvere. È pieno di insetti e sento rumori strani lì fuori».
«È solo un po’ di vento e qualche animale notturno, che vuoi che sia?».
«Potrebbero essere gli spiriti… O il diavolo!».
«Il diavolo non esiste. Abbiamo sbagliato a crederci».
«Sì che esiste, lei ce l’ha sempre detto!».
«Penso credesse a cose che vedeva solo lei, è possibile avesse delle allucinazioni o qualcosa del genere».
«Allucinazioni o no, ho paura a star qui. È buio e non c’è nessuno, siamo troppo isolati. Sarebbe meglio ritornare».
«Smettila! Hai sempre avuto paura di tutto. Siamo rimasti soli, lo capisci? Non possono aiutarci, non può farlo nessuno. E non ho intenzione di tornare indietro».
«Come faremo da soli? Perché mi hai fatto venire fino a qui? E da chi stiamo scappando?».
«Basta con le tue solite domande, sta’ zitta! Sono già abbastanza nervoso».
«Sei stato tu a metterti in questo pasticcio nonostante ti abbia sempre ripetuto di lasciar perdere. Non mi hai mai ascoltato!».
«Avrei dovuto darti retta?! Ma piantala. Dovrei nascondermi come hai sempre fatto tu? No, non è in questo modo che voglio vivere. È andata così e basta! Adesso la risolviamo, tranquilla».
«No, non è così e basta, è stata colpa tua! Stai distruggendo la tua vita e adesso vuoi pure che ti segua? No! Ne ho abbastanza, non posso più fidarmi di te, ho cercato di aiutarti ma ora basta».
«Non puoi lasciarmi adesso, non lasciarmi solo! Cosa farò senza di te?».
«Morirai, o ti ammazzeranno! Oppure ti ucciderai se ti è rimasto un po’ di coraggio».
«Mi è mancato il coraggio… Non c’è bisogno di ricordarmelo continuamente».
«Vivere o morire è una questione di coraggio allo stesso modo».
«Uccidersi lo è ancor di più».
«Perché hai le mani sporche di sangue? Cos’hai combinato stavolta?».
«Lasciami stare, sono stanco. Sono stanco di risponderti. Ho bisogno di stare in pace e riflettere, non capisco più cosa è giusto e sbagliato, o da dove cominciare… E se cominciare. Non so nemmeno dove andare, vorrei solo un po’ di silenzio».
«Comincia a smettere, se vuoi ricominciare».
«Smettere di far cosa?».
«Prendi tutta ’sta merda che hai creato intorno a te e liberatene adesso che sei tu soltanto! Non c’è più nessuno che possa condizionare le tue scelte, questo è il momento, sei solo e hai la tua vita fra le mani: ti è rimasta solo questa, ora potrai conoscerne il valore. Anzi, dimmi: cos’hai fatto alle mani? Di chi è quel sangue?».
«Sai a chi appartiene, non far finta di ignorarlo».
«L’hai fatto, eh? Ti avevo detto di lasciar perdere, la vendetta non porta a nulla di buono, è vile e insensata».
«Tutto è insensato, non ho mai trovato il senso della vita che ho passato, sono sempre stato trattato come una merda. Dov’è la bontà, la generosità delle persone? Nessuno me ne ha concessa fin dall’infanzia, nemmeno i compagni a scuola mi trattavano bene! Se non c’è bontà nemmeno tra bambini, forse proprio non esiste. Credi sia stato cattivo perché mi sono vendicato di uno stronzo qualunque? Chi se ne frega se anch’io sono cattivo, in fondo lo siamo tutti!».
«Se solo mi avessi ascoltato una volta… Sono qui per aiutarti, ti avevo avvertito di fermarti, di lasciar perdere, e cosa gli hai fatto? È insensato ciò che dici!».
Non rispose. Controllò all’interno di un borsone posato su un vecchio tavolo da lavoro, poi prese un diario rosso appoggiato lì affianco e lo sfogliò: vi erano disegni di creature mostruose e terrificanti. A un certo punto gli parve di vederle muovere e sentirle urlare fra le pagine.
«E se i demoni in realtà esistessero? D’altronde li ho sempre visti intorno a me, e continuo a vederli ancora. Se fossi anch’io un demone? Forse smetterei di piangere, di avere paura e di nascondermi. E se fossero loro ad aver paura di me? Sarebbe tutto più semplice, no?». Mentre pronunciava queste parole infilò la mano nel borsone e tirò fuori una pistola. «E se la mia paura divenisse rabbia?! Troverei il coraggio di uccidere?».
«Cos’hai intenzione di fare con quella pistola? Non dire stronzate, mi stai facendo paura, metti giù ’sta cazzo di pistola!».
«Nemmeno tu puoi fermarmi, nessuno può più condizionarmi».
«Non hai ancora capito, vero?».
«Invece sì, non permetterò più a nessuno di violarmi. Ed è per questo che ti ucciderò!».
«Vuoi uccidermi?! Hai troppa paura, non puoi riuscirci».
Dalla baracca, il rumore di uno sparo echeggiò fra le campagne.
Poi un lungo silenzio.
Uscì nel buio, la luna brillava su di lui. La osservò per molto tempo, poi respirò profondamente e accennò un sorriso.
Raggiunse il canale d’irrigazione delle risaie e si lavò le mani e le braccia dal sangue.

Il ragazzo di piazza


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