L’Illustrissimo

L’Illustrissimo

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Alberto Cantoni

L’Illustrissimo

Con una prefazione di Luigi Pirandello

Edizione cartacea
Edizione digitale


Dirò soltanto che qui il Cantoni, con predominio quasi assoluto dell’elemento fantastico, fa a suo modo – cioè col suo metodo artistico – opera di critica sociale, trattando il problema dell’assenteismo, del disinteressamento e dell’ignoranza dei signori delle loro proprietà rurali e della vita dei contadini, da cui pur traggono, senza saper come né in qual misura, il reddito pei loro ozii cittadineschi più o meno delicati. L’Illustrissimo è il signore, il padrone, pei contadini della Lombardia: il padrone ch’essi non han mai veduto, e che si figurano tiranno spesso spietato attraverso il fattore ladro e parassita, con cui trattano; non si fanno perciò scrupolo di frodarlo come e quanto più possono. […] I contadini ch’egli mette in iscena sono studiati, dunque, a uno a uno dal vero e ritratti nella loro indole, nelle loro passioni, nei loro pregi e nei loro difetti con meravigliosa efficacia. La trovata originalissima rende poi oltre modo gustoso il romanzo.

Luigi Pirandello

Questa edizione del romanzo L’Illustrissimo, riveduta e corretta, è corredata di alcune note esplicative e di approfondimento, a vantaggio del lettore, per una maggiore attualizzazione di questo bellissimo romanzo.

L’edizione digitale inoltre include Note e Capitoli interattivi, Notizie recenti sull’autore e sul libro e un link per connettersi alla comunità di Goodreads e condividere domande e opinioni.

L’Illustrissimo

[Breve nota biografica su Alberto Cantoni]

L'Illustrissimo

Come era bello (una buona ventina d’anni fa) quel ricchissimo conte Galeazzo di Belgirate! Alto, con un torace da titano ribelle, con le mani bianchissime, con gli occhi azzurri e malinconici, pareva nato apposta per farsi voler bene e dalle brune che pregiano gli uomini gentili, e dalle bionde che rintracciano i forti. Ma due brutte cose gli impedivano di far valere quella sua gentilezza e quella sua forza, così ben secondate dal cuore onesto e dalla mente sottile: era pigro ed era fantastico. Mai che un amor vero e profondo, che una fervida e provata amicizia avessero rotto la pace di quella sua anima tranquilla e disutile. Generoso senza avvedersene, finiva sempre per far più e meglio degli altri quando la fortuna, troppo gentile, lo pigliava per il vestito e gliene porgeva l’occasione; ma che egli si fosse mai dato cura di correrle incontro o almeno di porsene in traccia, oh questo poi no!

— Che farò quest’oggi? – si chiedeva ogni mattina nell’escir di letto. – Un bel cavallo da comperare, un elegante libricciuolo da leggere, l’onomastico di una donna gentile, un veglione alla Scala, un pic–nic aS. Maurizio, tutte insomma le cose di questo genere bastavano a far sì che la risposta gli escisse più gaja e più frettolosa dal petto.

Ambizione? Non ne parliamo. I suoi amici gli avevano detto più volte che si ponesse un po’ avanti e che il Comune, pel primo, non avrebbe domandato di meglio che di inscriverlo subito fra i suoi rettori.

— No, carissimi, – soleva rispondere. – Non ho nessun bisogno di buscarmi dell’asino o del furfante. Voglio fumare i miei sigari in santa pace.

Fumare! Ecco il simbolo della sua vita, ecco la più grande delle sue piccole passioni! Fumare, e fumar bene! Guardare in su, e seguire voluttuosamente cogli occhi le spire azzurre che gli estivano di bocca; fumare per destarsi bene il mattino, fumare per addormentarsi meglio la sera, fumare per vivere!

Ma non si vive a questo modo trent’anni, con qualche cosa in petto che somigli ad un cuore, senza che un giorno o l’altro non v’assalga il tedio e il fastidio di tutto, se non del fumo. E così appunto era andata anche a lui. Una sua zia (l’unica stretta parente che avesse al mondo) gli aveva fatto capire quattro anni prima che gli avrebbe dato assai volontieri la sua figliuola, e Galeazzo aveva capito, ma bisognava decidersi, ecco l’intoppo! Diceva tra sè e sè:

— Come si fa a prender moglie quando si è abituati a farne senza? Fossi vedovo sarebbe un’altra cosa. La moglie è una specie di pensione per la vecchiaja che si suole pagare in gioventù; ma io non sono niente affatto sicuro di campare vecchio, ecc. ecc.

La zia pazientò per un pajo di mesi, ma intanto, oimè, un nobile amico d’oltremonti pensò di raccomandare al conte di Belgirate una di quelle relative prime donne assolute che vengono a Milano, come al dock musicale di tutto il mondo, per cercarvi quando un fiasco, quando un marito, quando una scrittura.

Costei non aveva voce e non sapeva cantare, ma era bella, bella come un occhio di sole! Galeazzo, occupandosene per due mesi da mattina a sera, riuscì ad infliggerla ai meschini uditori di molti concerti, ma intanto sua zia perdette la pazienza, ed egli, come unico rappresentante della nobile casata, dovette fare da testimonio alle nozze di Maria da Breno.

Questa contessa Maria, spiritino ardente che valeva un Perù, avrebbe di certo sposato più volontieri il suo bel cugino dai capelli crespi e castani, ma il più non esclude il meno, ed essa era egualmente entrata nella sua nuova casa, portando seco le migliori intenzioni del mondo. Se non che le buone intenzioni parecchie volte non bastano, e talora, quando marito e moglie vogliono entrambi arar diritto, ci s’immischia la mala fortuna e guasta ogni cosa. Il matrimonio di Maria fu tra gli infelicissimi di tutti. In un tempo relativamente breve le morirono la madre ed il marito stesso: ottimo giovine, il quale, prima di prender moglie, aveva voluto fare come fan tutti, senza avere la gran salute da spendere che hanno parecchi altri.

Trenta mesi di matrimonio passati così al capezzale di due care persone, avevano influito a lor modo sull’animo di Maria. Era stanca, molto stanca di soffrire e di vivere a quella maniera, come Galeazzo era stanco di riposare senza aver mai lavorato. Se non che la stanchezza di Maria, come giustissima, e non punto naturale, e dovuta ad una infelice reazione dell’animo troppo offeso dal destino, rischiava più assai di cadere in uno dei precipizi che rasentano tutte le stanchezze dello spirito: l’egoismo da una parte, la stravaganza dall’altra.

Maria era rimasta buona, ma le sue arcuate sopracciglia nere (una delle quali si spingeva un pochino più in su dell’altra verso i capelli) rivelavano subito che un filo di stramberia le era già entrato nel capo; solamente per accertarsene con più sicuro criterio avreste dovuto leggerle tutti i pensieri in fronte; poichè, squisitamente educata come era, non dava certo verun segno di quella sua lieve e ben celata malattia dello spirito.

La giovine vedova, per non rimanere troppo sola nella sua bellissima casa, aveva preso a vivere con sè una decaduta parente del suo povero marito. Costei si chiamava Donna Stella, ed aveva un debole che andava d’accordo col suo bel nome: quello di volere sempre chiarire le più limpide cose del mondo, e Maria, tutta assorta apparentemente a sentirle dire perchè le maschere si vendano di carnevale, o qualche altra cosa non meno peregrina di questa, vagava di fatto in un lontano e mesto orizzonte, e si chiedeva da mattina a sera perchè mai il fascino della giovinezza avesse dovuto dileguare così presto per lei. Con un bambino in collo sarebbe stata un’altra cosa, ma niente, nient’altro che Donna Stella ai fianchi! Via, era poco, a ventiquattr’anni.

Galeazzo se ne persuase il primo, ed appena Milano si tornò a ripopolare verso l’inverno, cominciò subito ad apparirle in casa la sera, conducendole seco alcuni fidi e numerati amici. Era dunque un’ora del più gajo teatro del mondo che quei generosi ponevano così sull’altare della amicizia, ma almeno, pensavano essi, Maria aveva trovato delle persone che sapevano parlarle affettuosamente del suo povero Piero, senza dirle, come Donna Stella, che se fosse campato sarebbe stato meglio per lui e per lei.

Galeazzo era buono, s’è già detto; la sua bellissima cugina gli era piaciuta sempre, s’è già lasciato capire; non è dunque a meravigliare se egli principiò a farsi vedere anche di giorno, e se poi, tanto per rimanere un pochino più, domandò timidamente il permesso di dar fuoco alla più odorosa e pura delle sue dolcissime spagnolette.

I due giovani non andavano punto d’accordo nelle massime e nel modo di pensare, è vero, ma erano giovani e si davano legalmente del tu. Le spagnolette crebbero presto di numero, e l’intero ed ultimo mese di lutto volse a buon fine senza che l’ombra del povero morto fosse mai evocata dal vivo; solamente Maria si faceva muta e mesta ogni qual tratto, e la sua mano carezzava lievemente il nero medaglione che le pendea dal collo.

Un amore così muto, così placido, così gentile, era precisamente quel che ci voleva per Galeazzo, ed egli, a lasciarlo fare, sarebbe andato avanti così fino al giorno del giudizio; ma Donna Stella principiava a capire e, peggio ancora, principiava a spiegare; ma i comuni amici si pigliavano il gusto di sottolineare l’aspro nome del simpatico gentiluomo, e come due non bastassero, lo arricchivano spietatamente di una zeta di più.

Maria se ne avvide, e principiò a dire che sola al mondo non ci poteva più stare, e che le conveniva giuocoforza di pensare al poi.

— Che peccato! S’andava avanti così bene a questa maniera! – rispondeva Galeazzo.

Maria fu per perdere la pazienza come sua madre; finchè un giorno, per provarle tutte, fissò gli occhi sul suo piccolo telajo, e disse adagio e pianissimo:

— Se tu avessi avuto un pochino più di spirito, quattr’anni fa, nè tu nè io non si sarebbe in questo bello stato.

— È vero, – rispose egli, – ma ora, grazie a Dio, non mi ritrovo più con nessuna prima donna sulla coscienza, e ne potrei avere.

— Di che?

— Dello spirito.

— Abbilo dunque nel nome di Donna Stella! – sclamò l’altra, arrossendo lievemente, e come assorta a guardare l’ago che teneva in mano. – Altrimenti dovrei pregarti di confessare ai nostri amici che ti sei guastato meco, e che ti devi astenere dal venirmi a trovare.

— Siamo già così innanzi da doverci imporre questa alternativa?

— Per gli altri sì! – rispose Maria più rossa che mai.

— Allora tanto vale che ci s’imponga subito anche per noi, – concluse Galeazzo, pigliando carezzevolmente la mano di sua cugina, e facendo atto di avvicinarsela alla bocca.

— Adagio. Prima ci dobbiamo intendere. Ho molte cose da dire e però desidero di raccogliermi e di pensarci bene. Ti prego di tornare domani.

L’Illustrissimo


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