Incubi e Immagini

Enrico Grossi

Incubi e Immagini

Racconti impossibili

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Edizione digitale


Incubi e Immagini. Storie di Incubi e Immagini nella gelida e laboriosa Bassa mantovana che raccontano di partite a scacchi che non sempre i protagonisti vincono.
Episodi inquieti fra il noir e la fantascienza ambientati nel periodo di Halloween.
La narrazione si snoda fra scene in sequenza alla John Carpenter e scenari ucronici e inospitali alla Bradbury, o come in Interceptor dal quale l’autore ha tratto ispirazione per il secondo racconto. La tensione emotiva che trattiene il lettore lascia senza fiato e porta con sé il terribile sospetto che l’impossibile sia assai più famigliare di quanto sembri.


Biografia di Enrico Grossi

Copertina Incubi e Immagini

Incubi e Immagini. Racconti impossibili di Enrico Grossi

Vendetta

Quanto odiava quella quercia! L’aveva messa a dimora suo nonno prima che nascesse suo padre, da almeno un secolo stava lì, da quando la casa era ancora un cascinale con attorno i campi e non era stata ancora aggiunta la parte davanti. Nel trascorrere degli anni, l’albero era cresciuto a dismisura, raggiungendo dimensioni spropositate. Si ergeva proprio al centro del cortile, dove le radici espanse nel sottosuolo ostacolavano ad Antonio l’accesso al garage con il camioncino. Allo stesso modo faceva la parte alta: i rami con la loro vigoria stavano raggiungendo i davanzali della sua camera da letto. La pianta era troppo vicina alla casa, quando tirava il vento il grattare delle propaggini lo teneva sveglio per notti intere. Perciò non era solo una questione di spazio. Di solito si appisolava verso l’alba, giusto in tempo per essere destato dagli uccelli: decine di passeri, cince, cardellini, fringuelli a primavera nidificavano su quel vegetale. Quella dannata quercia era un condominio popolato di pennuti. Non ultima seccatura le foglie, con il vento cadevano sulla strada antistante coprendo il marciapiede, s’ era già preso una minaccia di multa dai vigili urbani dato che tutte le volte che tirava un po’ di brezza, per evitare sanzioni doveva armarsi di ramazza per pulire.

“Ti sego poi kaput sarai legna da ardere” pensò Antonio ad alta voce, quel mattino fresco, soleggiato d’ inizio estate. Aveva urtato con il paraurti del furgone contro il tronco, mentre usciva per andare al lavoro. La quercia naturalmente non rispose, però ebbe un fremito mentre il furgone sgommava via, con il fanalino della freccia posteriore toccando la corteccia andò in frantumi.

Su quella pianta si basava gran parte della storia della sua famiglia. Quante volte aveva visto suo nonno prima, suo padre poi, da soli o con le mogli trascorrere ore sulla panchina nel cortile, all’ombra di quei rami. Leggevano, osservavano il sole giocare tra le foglie. Oppure ascoltavano il canto degli uccelli nei loro nidi. Anche lui, nei primi tempi del suo rapporto con Angela, vi aveva trascorso qualche momento d’intimità, il ricordo non alleggeriva il suo odio.

“Questa Quercia deve restare, Antonio, è nata con questa casa. Mi raccomando conservala, curala…”

Gli aveva raccomandato il padre fino agli ultimi istanti di vita.

Adesso, i genitori erano entrambi morti, viveva con Angela in quella casa, non si sentiva più vincolato da promesse passate: la quercia era diventata un parente scomodo,  reclamava il suo diritto ad espandersi.

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