L’Ampolla del Diavolo

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Marco Sutti

L’Ampolla del Diavolo

Edizione cartacea
Edizione digitale


L’Ampolla del Diavolo. Il male è dietro l’angolo e le persone più care sono le più pericolose. Il demone Alex è venduto dal padre a Satana, mentre i suoi amici sono offerti in sacrificio nella cripta di un santuario dove una setta di monaci prega l’Oscurità, si disseta di sangue umano e tiene in ostaggio l’amata Marian.
Assieme al detective Canningher e al vecchio studioso Dixon, Alex deve contrastare l’odio e distruggere per sempre la setta.
Un intruglio di azione e di sacralità tra tombe, luoghi fantastici, paradisi, creature mistiche, ambientato in un’isola straordinaria: l’Irlanda.

L’edizione digitale inoltre include Note e Capitoli interattivi, Notizie recenti sull’autore e sul libro e un link per connettersi alla comunità di Goodreads e condividere domande e opinioni.


Biografia Marco Sutti
Biografia di Marco Sutti

Copertina L'Ampolla del diavolo

L’Ampolla del Diavolo di Marco Sutti

I. Il racconto

Non ricordavo cosa fosse successo. In quel momento ero seduto su una sedia e davanti a me c’erano file di scrivanie, con persone che andavano e venivano da ogni dove. Sembravano molto agitate.

Le luci blu intermittenti delle sirene si intravedevano dalle finestre.

Tutto a un tratto incominciai a ricordare. Stavo correndo e sentivo dietro di me i passi dei miei inseguitori – demoni! – che mi spingevano ad aumentare la velocità fino allo sfinimento. E dentro di me ringraziavo tutte le ore passate a giocare a calcio assieme agli amici, che mi consentivano di avere fiato. Era ormai parecchio che correvo disperatamente districandomi tra arbusti e rami di alberi che mi graffiavano il viso e mi strappavano i lunghi capelli biondi. Finalmente, dopo vari minuti, uscii dalla macchia della foresta e arrivai a una strada.

Era incredibile quello che mi stava accadendo. Mentre correvo, le ferite che mi ero procurato durante la battaglia all’interno della grotta, prima di scappare, si stavano rimarginando e il dolore si stava completamente assopendo. Lo stesso valeva per i miei vestiti che, ridotti a brandelli, si stavano ricucendo grazie a una forza che fino ad allora non avevo mai conosciuto o sperimentato.

Era calata una strana nebbia e la visibilità era ridotta a poche yard, fatto inconsueto ad agosto, nel pieno dell’estate. A un certo punto vidi i fanali di un’auto che si facevano sempre più caldi e per un attimo non pensai a nulla se non a buttarmi sotto a quel mezzo e farla finita per sempre.

Infondo, come potevo continuare a vivere? Io, che ero rimasto solo, l’unico a salvarsi da quelle atrocità mentre gli altri… Gli altri erano tutti morti!

La macchina si fermò e una voce famigliare si fece avanti: era mia madre.

«Cosa fai ancora lì? Sali! Come mai c’è tutta questa nebbia? Stavo ritornando dalla città e mi sono trovata all’improvviso in mezzo a questa nuvola di umidità. Lo dicevo io che fra qualche tempo non vivremo più le stagioni. Ancora qualche anno e troveremo la neve a luglio».

Mi guardai intorno; nell’arco di diverse yard non vi era altro che quella nebbia spettrale. Dalla foresta alle mie spalle non proveniva alcun rumore. Entrai in auto e partimmo.

Mia madre ingranò la marcia e la macchina incominciò ad avanzare lentamente, tagliando la nebbia in due parti. Forse ero al sicuro, ma guardai ugualmente il lunotto posteriore per sicurezza. Con immenso terrore, vidi solo per un attimo un’ombra, che poi svanì.

La mia mente ricominciò a fluttuare e a rivedere tutto quel sangue che sporcava il pavimento del lugubre luogo dove si era consumata la tremenda carneficina, le urla dei miei amici che chiedevano aiuto e che esalavano il loro ultimo respiro, e io che non potevo fare nulla se non scappare, scappare da quell’inferno maledetto. Scappare!

Ritornai in me, in quell’aula. Non sapevo da quanto tempo mi trovassi lì, ma sembrava fosse passata un’eternità. Di fianco a me sedeva mia madre; i capelli biondi le cadevano lungo le spalle nascondendone lo sguardo e parte del viso, dal colorito pallido. Era molto calma a differenza di me, che a causa del mio scarso autocontrollo avevo la fronte imperlata di sudore.

Non sapevo cosa mi avrebbero fatto o chiesto; di certo non volevo parlare con nessuno di quanto era accaduto. Del resto non mi avrebbero mai creduto.

Pure io stentavo a crederci. Fino a quel momento avevo vissuto solo di cose concrete e se qualcuno mi avesse raccontato una storia simile, avrei riso di gusto. Invece no, tutto questo era accaduto realmente a me e ai miei amici.

Se così non fosse, loro sarebbero stati ancora al mondo e io non mi sarei trovato lì, in quel posto desolante. Avevo paura a raccontare tutto, temevo che mi avrebbero preso per pazzo, che mia madre non mi avrebbe più creduto e che, probabilmente, mi avrebbero rinchiuso in qualche ospedale psichiatrico, a scontare la mia pena come assassino dei miei cari e poveri amici. No, non mi avrebbero mai creduto; di certo avrebbero ricavato dal mio racconto solo la versione dei fatti che faceva più comodo a loro e non quella veritiera.

Poco dopo si fece avanti un uomo; indossava una camicia blu, dei pantaloni verdi e portava dei calzettoni marroni con scarpe grigie. Depose la giacca appoggiata sul braccio e si sedette sulla sua poltroncina girevole, sprofondandoci.


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