Ma eravamo felici - copertina

Ma eravamo felici

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Anna Maria Zavatti

Ma eravamo felici

Banchi di nebbia in una scuola degli anni Sessanta vicino al Po

Edizione cartacea
Edizione digitale


Ma eravamo felici. Un commovente viaggio nel passato, un ritratto intimo della vita scolastica nella piccola comunità mantovana di Borgofranco sul Po.
Attraverso gli occhi di un’ex allieva, l’Autrice rivela le sfumature del quotidiano tra banchi di scuola, maestri eccentrici e amicizie indelebili. Dal dolce profumo di caffè a casa ai tentativi di sfuggire agli scapaccioni imminenti, il libro intreccia momenti di gioia, nostalgia e crescita.
Le maestre, i bidelli e don Bruno emergono come figure fondamentali, costruttori di esperienze che plasmano la vita degli studenti. Tra risate, piccoli dispetti e lezioni di vita questa storia tocca il cuore celebrando l’importanza di quei momenti formativi che rimangono impressi per sempre nella memoria.


Anna Maria Zavatti
Biografia di Anna Maria Zavatti

Ma eravamo felici - copertina

Ma eravamo felici di Anna Maria Zavatti

Preambolo

La scuola ha sempre segnato la mia vita. Non ero ancora nata e già andavo in Vespa da Moglia a Porcara (frazione di Sermide, in provincia di Mantova) a scuola con mia mamma, la maestra Ughetta Boselli. Sarà stato anche a causa degli sballottamenti su quelle strade a buche, ghiaia e pozzanghere, in balia delle intemperie, che sono nata un po’ prima del previsto, a gennaio, fragilina e con gli occhi storti.
Pochi anni dopo ho frequentato da clandestina la scuola elementare di Bonizzo (allora frazione di Borgofranco sul Po, sempre in provincia di Mantova), dove mia mamma aveva ottenuto il trasferimento. Ricordo la nonna Egle che intorno all’ora di ricreazione mi portava con sé a prendere il pane da Bassi, il negozio di alimentari in piazza. Era primavera inoltrata, dalla porta a vetri laterale del negozio scorgevo gli scolari giocare in cortile e mia mamma con la vestaglia nera; sento ancora il profumo dei tigli e l’attrazione inebriante di quel tessuto che al sole sapeva di inchiostro nero e scottava. Quando passavo a salutarla lei mi prendeva in braccio e io volevo entrare a scuola con gli altri bimbi.
Un giorno, avrò avuto quattro anni, a fine ricreazione ho seguito i bambini, sono entrata in classe e mi sono diretta verso un banco vuoto con l’intento di sedermi e rimanere lì. Mia mamma ha chiesto alla nonna Egle di aspettarmi perché pensava che mi sarei stufata in fretta. Invece io volevo restare, quindi infine se n’è andata la nonna brontolando che doveva far da mangiare e aveva solo perso tempo. La mamma, rassegnata, mi ha pregato di non disturbare e mi ha dato un quaderno e una matita.
Ero euforica, la chiamavo maestra come facevano tutti gli altri, cercavo di copiare dalla lavagna facendo dei segni sulla carta anche se non sapevo scrivere e alzavo la mano per rispondere a domande che non capivo. Io che facevo ancora l’asilo, su quei banchi mi sentivo un gigante.
Sono tornata altre volte prima della fine dell’anno scolastico. In verità avrei dovuto frequentare l’asilo a Borgofranco sul Po ma non mi piaceva, quella era roba da piccoli. Là non si scriveva e la maestra Ilaria ci faceva fare una cosa che mi sembrava avvilente: dovevamo mettere le dita sulle spalle, fare le alucce e ruotare all’indietro i gomiti. Io mi vergognavo come una ladra di quelle alucce e mi guardavo intorno per vedere se gli altri si sentivano ugualmente imbarazzati, ma sembrava di no. Anche Giovanni, Paolo e Claudio – i più grandi – eseguivano tranquillamente.
All’epoca ero spesso malaticcia: fino ai cinque anni le tonsille mi hanno dato da fare e dovendo stare in casa mi arrangiavo a passare il tempo. Siccome non c’era nessuna programmazione in tv a tenermi compagnia nelle lunghe mattinate di mezza febbre (solo la nonna o il nonno, o il papà quando non era a lavorare), i libri di scuola della mamma erano il mio passatempo; tanto che ne ho logorato uno, dotato di alfabetiere, a forza di sfogliarlo.
Avevo anche una lavagnetta nera con piccoli binari in cui si inserivano delle lettere mobili gialle, in corsivo. Componevo e chiedevo: «Adesso cos’ho scritto?». Quando l’ordine casuale formava una parola, provavo a copiare. Ma non volevo solo copiare, volevo scrivere. Ho provato a scrivere su tutto. Trovo ancora i miei zig-zag sul retro di vecchie fotografie, dove credevo di spiegare chi c’era nella foto, dov’era e cosa stava facendo. Finché un giorno ho tracciato un cerchietto, alcuni zig-zag su e giù, un altro cerchietto e continuavo a ripetere la sequenza.
«Cos’è questo?!» mi ha chiesto la mamma in allarme.
«È Anna, è! Questo è Anna!».
Avevo scritto ovunque il mio nome in corsivo.
Non ho mai frequentato la prima elementare perché ho cominciato direttamente in seconda, alla scuola di Borgofranco sul Po. Era il 1967, avevo sei anni e in classe eravamo in otto. La maestra si chiamava Italina Oliani, vedova Rampani.
E qui comincia il libro.


Ma eravamo felici


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