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Maternalis

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Maria Galfano

Maternalis

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Maternalis offre un’esperienza letteraria toccante che esplora il potere della maternità. Attraverso i suggestivi dialoghi tra sant’Anna e la Madonna emergono le complesse sfumature dell’amore materno.
Un intimo sguardo nell’animo di due donne che si ritrovano in età adulta unendosi in una connessione spirituale al di là del tempo. Sant’Anna, simbolo di tutte le madri che hanno donato amore senza necessariamente partorire, offre una prospettiva unica su ciò che significa nutrire e crescere un figlio generato da altre donne; mentre la Madonna incarna l’essenza della maternità biologica. L’Autrice esplora con profonda sensibilità questo speciale rapporto madre-figlia scrivendo pagine di una poesia struggente.
In Maternalis ogni donna madre troverà un riflesso delle proprie sfide e gioie. Ispira e commuove questo straordinario racconto di maternità universale che tocca il cuore di tutte le donne del mondo.


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Maternalis di Maria Galfano

I.

Un sentimento intramontabile che splende lontano dalle nubi e che si riposa in cima a un monte ma non si nasconde si svela ogni giorno, cresce, s’irradia. Il miracolo di questo sterile corpo. L’arcobaleno dei miei giorni più belli, il sorriso che sboccia sul mio viso e le mie mani che si disfano dalle rughe quando toccano le tue.
Mi mortifica aver detestato il mio corpo, averlo rifiutato, perfino odiato; avrei dovuto averne cura, ha sempre protetto la mia anima da colpi feroci e dolori intensi. Lo guardo ora che è autunno e ne sono grata, ne riconosco la grandezza. Mi ha concesso lunghi passi che mi hanno avvicinata al giorno in cui ti ho partorita: un corpo così forte da poter contenere tutto l’amore del mondo, del mio mondo.
Ho memoria dei giorni in cui mi sferravo violenti pugni sul ventre perché si rifiutava di germogliare. Ho pianto sulle mie gambe guardando il cielo con le mani giunte: non sentivo crescere la vita dentro di me. Ma era la mia vita che doveva ancora crescere, dovevo prepararmi a questo incontro.
Ero confusa, come potevo sperare di contenere una vita mentre io ero morta? L’universo guardava e gli angeli pregavano per me, e quando ho apprezzato ciò che avevo sei arrivata tu.
Come un dono.
Ho strappato i capelli quando mi sentivo avvampare d’ira per la vergogna di non poter concepire. Le mie lacrime erano pioggia in un triste inverno. I miei occhi ghiacciai sciolti. Il mio dolore lava che mi consumava.
Giornate interminabili si diluivano in lunghi silenzi. Lo sguardo fisso sull’orizzonte. Non vedevo la bellezza degli alberi, non sentivo di giorno il canto delle cicale che annunciava la primavera e di notte la melodia infinita dei grilli. Quanta gioia mi son persa inutilmente.
Mentre strisciavo nel sangue che il mio corpo liberava pensavo che anche i vermi si riproducono.
L’umiliazione che sentivo degli sguardi femminili che mi sfioravano; occhi di donne gravide che cercavano i miei per stabilire la loro superiorità, urla di partorienti che da tutto il mondo arrivavano alle mie orecchie.
Donne che concepivano figli a ogni luna e mettevano alla luce i loro tesori, mentre gli occhi di questa donna sterile osservavano increduli.
Le mie mani stringevano con forza rancore e lamenti.
Ho provato vergogna per l’uomo che mi amava: lui non era padre, poiché io non ero madre.
Mio marito, avvilito e smarrito, è uscito di casa per camminare verso la sua montagna. Era un romantico, diceva che sulla cima dei monti si è più vicini a Dio. Rimaneva ad ascoltare il vento, a leggere nelle nuvole i messaggi che gli inviavano angeli dorati.
Ma la vita continuava a non trovare strada nei nostri corpi, si arrendeva nei labirinti, forse sapeva già che il mondo è un posto inospitale, crudele.
Mi sentivo mortificata per abitare in un corpo inadatto, da me maledetto. Ero io che mi torturavo e mi straziavo. Perché questa punizione? Perché Dio mi avrebbe donato l’amore di un uomo per poi privarmi della gioia più sublime, fino a farmi desiderare la morte? Ecco cosa mi chiedevo ogni giorno. Ma non era di certo Dio, era la limitatezza del mio spirito: avevo costruito da sola la miseria in cui vivevo.
Sterili e ormai anziani, come alberi secchi che non germogliano, pronti a essere estirpati da questo terreno. Considerati maledetti dal popolo per non aver concepito. Ho invidiato la gioventù delle altre donne, ignorando che anche loro portavano la propria croce. Alcune erano state deturpate, altre non avevano portato a termine la maternità per volontà o perché la natura aveva deciso così. Il loro dolore aveva un peso differente, chissà quanto avevano patito coloro che dopo aver perduto ciò che di più bello avessero potuto ricevere si erano poi pentite. Come si torna indietro, come si cancella una tale colpa?


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