La Mericana

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Cristina Sarzi Amadè

La Mericana

L’emigrazione, il Dopoguerra, la vita in campagna

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La Mericana. Un secolo di storia, un secolo di vita vissuta da Ginevra, nata negli Stati Uniti da emigranti veneti tornati in Italia a Mantova negli anni Venti. La grande emigrazione, la famiglia patriarcale e la tragica Seconda guerra mondiale. Ma anche la vita nei campi, scandita dal ritmo delle stagioni e dalle tradizioni contadine.
L’Autrice, con lo sguardo della bimba di allora, ci offre il ricordo di un passato, un’identità, che ancora ci appartiene pienamente.

L’edizione digitale inoltre include Note e Capitoli interattivi, Notizie recenti sull’autore e sul libro e un link per connettersi alla comunità di Goodreads e condividere domande e opinioni.


Biografia di Cristina Sarzi Amadè

Copertina La Mericana

La Mericana di Cristina Sarzi Amadè

Prefazione

Erano anni che avevo il grande desiderio di raccontare la storia di mia nonna paterna Ginevra. Ho avuto la fortuna di conoscere entrambe le nonne e di viverle abbastanza intensamente.

Con nonna Dirce, madre di mia madre, non abitando con noi, ho condiviso meno esperienze di vita, ma di lei conservo ugualmente un carissimo ricordo.

Era una nonna tradizionale, piuttosto florida, allegra, simpatica e severa quanto basta con noi nipoti (io ero l’unica femmina), anche se molto meno di quanto lo era con le figlie. Da adolescente capitava di recarmi in visita da lei e trattenermi per un giorno intero. Essendo molto religiosa mi spronava a leggere opuscoli che raccontavano la vita dei Santi, in particolare ricordo di aver letto la biografia di santa Maria Goretti.

Nata a fine Ottocento, era figlia di contadini che dalle Marche, terra d’origine, si trasferirono nel Lazio in cerca di una occupazione migliore; conduceva una vita molto dura, ma simile a quella di tanti altri bambini di quei tempi, denutriti, analfabeti e costretti a lavorare dalla più tenera età.

A undici anni un ragazzo amico di famiglia tentò di violentarla e lei, pur di preservare la sua verginità, morì colpita da diverse pugnalate, non prima però di aver perdonato il suo assassino.

Alla fine di questa lettura mi sentivo pervasa da un certo turbamento, ma poi mi passava velocemente; i nonni riuscivano con il loro modo di fare semplice e spontaneo a farmi ritornare serena.

Da adulta ho capito il motivo per cui mi sottoponeva a quella lettura: era il suo modo per suggerirmi prudenza e attenzione nell’intrecciare rapporti con l’altro sesso; non credo in effetti che l’abbia mai proposta ai miei cugini maschi.

Purtroppo nonna Dirce è mancata relativamente presto ma ha comunque potuto esaudire il suo grande desiderio di diventare bisnonna con la nascita di mio figlio Leonardo.

Nonna Ginevra, protagonista di questo libro, l’ho vissuta dalla mia nascita fino alla fine dei suoi giorni poiché ha sempre abitato con i miei genitori. La sua vita è stata un susseguirsi di avventure, emozioni, gesta straordinarie; insomma tutti ingredienti indispensabili per poter scrivere questa storia.

Metà della sua esistenza ricorre in un mondo passato che io non ho conosciuto ma di cui ho udito le eco, un mondo epico anche se non mitico, incredibilmente differente dall’attuale.

Ciò che ho scritto di quei tempi è frutto degli aneddoti che mi raccontava nonna e tuttavia, come la maggior parte dei ricordi, sono imperfetti e soggettivi; soprattutto perché raccolti molto tempo fa come conchiglie su una spiaggia e infilati in una tasca della mia memoria. Perciò l’aiuto di mia madre Elva – che con Ginevra ha condiviso quasi cinquanta anni della sua vita – è stato molto importante.

Mi rendo conto che questo mio lavoro ha dei limiti, non è stato semplice – per me che non sono una scrittrice – riportare con precisione i momenti di vita quotidiana mantenendo il ritmo del racconto, i colori e i sapori.

Ma non mi sono lasciata prendere dallo scoramento e ho continuato, perché ciò che ho raccontato l’ho fatto innanzi tutto per me stessa e poi per la mia famiglia. Ritengo che le presenti memorie, che comprendono un secolo intero, siano un patrimonio fondamentale di tradizioni e di valori per le generazioni che verranno. Quando ho iniziato questa avventura – nei primi mesi del 2018 subito dopo il mio pensionamento – neppure immaginavo che sarei anche io diventata nonna. Ora, con immensa gioia, mi ritrovo ad aver raggiunto questo importante traguardo con la nascita di Martino. Chissà se riuscirò a rimanere nel suo cuore, come nonna Ginevra ha fatto con me. Quanto bene ho voluto a nonna Ginevra!

La Mericana


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L’ingrediente essenziale. Emma è una ragazza che antepone la testa al cuore. Cresciuta con la madre e la nonna, sempre in compagnia delle amiche Momo e Marta, alla ricerca dell’uomo giusto. Dopo tanti fallimenti amorosi decide di scrivere una sorta di decalogo per proteggere le donne dall’amore non corrisposto.
Cercherà di superare i ricordi che ancora la legano a Federico, ma le cose si complicheranno quando troverà i profondi occhi scuri di un uomo misterioso. Un viaggio sentimentale tra passato e presente alla ricerca di risposte, dove l’amore è l’ingrediente essenziale che dà sapore alle cose e ci arricchisce.

L’edizione digitale inoltre include Note e Capitoli interattivi, Notizie recenti sull’autore e sul libro e un link per connettersi alla comunità di Goodreads e condividere domande e opinioni.

Biografia di Maria Grazia Nieli Lingrediente essenziale

Copertina Nieli L'ingrediente essenziale

L’ingrediente essenziale di Maria Grazia Nieli

Primo capitolo

Emma incarnava alla perfezione lo stereotipo della ragazza della porta accanto. Solare e positiva, cercava il meglio di ogni cosa le capitasse. Odiava l’ipocrisia e le lusinghe. Schietta e attenta osservatrice, non si faceva scrupoli a esprimere la sua opinione; proprio per questo i suoi consigli e il suo sostegno erano bene accetti ma raramente seguiti.

Il tratto distintivo era la sua confusa chioma. Lunghi ricci rossi indomabili le conferivano il fascino tipico del re della savana. Quelle spirali rosso granata sembravano avere una vita propria, molle irrequiete che rimbalzavano a ogni suo movimento, anche il più impercettibile. Cresciuta con la madre e la nonna, aveva ricevuto un’educazione femminista che, soprattutto negli anni dell’adolescenza, l’aveva portata a maturare una pessima stima nei riguardi del sesso forte, così universalmente definito. Un precetto atavico, vecchio come il cucco, non ammesso nell’alveare in cui viveva.

A rafforzare questo Leitmotiv erano state le disa-storie amorose delle due amiche che le ruotavano attorno: le sue spalle erano ormai zuppe di lacrime amare versate nel corso degli anni, collezionando una delusione dietro l’altra.

Ma nonostante tutto quelle due masochiste ci ricascavano e prontamente fallivano. Impersonavano il lupo di quel detto popolare che potrebbe anche perdere il folto pelo ma non le cattive abitudini, che si ostina a perseguire. Emma non riusciva a spiegarsi questo sciocco ciclo fatto di “stavolta è quello giusto” e dopo “cazzo mi ha mollata”.

Non trovava una sola ragione valida a sostegno di quell’atteggiamento nocivo. Per evitare questi inutili turbamenti si era tenuta alla larga dagli uomini e aveva preferito investire il suo tempo cercando di capire gli assurdi meccanismi che portano a innamorarsi di qualcuno per poi inevitabilmente esserne deluse. Una laurea in psicologia aveva fatto chiarezza e – per l’esperienza indiretta accumulata negli anni – si era ripromessa di salvare più donne possibili da questa spirale emotiva.

«Mia cara prima o poi cederai anche tu, fidati!» sentenziò Marta.

Lei era l’apoteosi del romanticismo. Lunghi capelli biondi facevano da contorno a due grandi occhi blu. Era facile da imbambolare, e non perché fosse tonta, tendeva a fidarsi troppo in fretta. La ricerca dell’uomo giusto era stressante perché ogni volta aveva bisogno del successivo per dimenticare il precedente. Adorava tutte quelle smancerie da commedia romantica americana alla “ti amo, sposiamoci”. Era lei che chiamava Emma nel cuore della notte – tra le due e le tre generalmente – singhiozzando perché era stata scaricata dall’ennesimo imbecille di turno. Secondo Emma aveva davvero le fette di salame sugli occhi, era un caso disperato e non c’era cura.

«Divertitevi! Pensare troppo fa male» aggiunse Momo limandosi le unghie.


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