Un nome da regina

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Marina Pilati Lusuardi

Un nome da regina

Storie di indipendenza delle donne e dell’Italia

Edizione cartacea
Edizione digitale


«Mamma si raccomandava di non dire mai fuori ciò che si sente in casa».

Un nome da regina. Mia madre è nata nel 1903 a Trento, ha visto il crollo di un impero, la rovina di una dittatura, la fine di una monarchia, la faticosa costruzione di una democrazia. Ha cambiato nazionalità senza mai muoversi dalla sua terra di confine e ha sperimentato quanto siano assurdi i confini: che prima sono a Borghetto, poi si spostano al Brennero. Nel frattempo ha dovuto sottostare a Hitler e il suo Terzo Reich. Ha visto mezzo mondo conquistato dal comunismo. Ha realizzato la propria emancipazione soprattutto attraverso sua figlia, che sono io.
Racconto qualche cosa di lei perché mi sembra importante vedere e giudicare la Storia con gli occhi di una persona normale, né eroina né vittima.

L’edizione digitale inoltre include Note e Capitoli interattivi, Notizie recenti sull’autore e sul libro e un link per connettersi alla comunità di Goodreads e condividere domande e opinioni.


Biografia Marina Pilati
Biografia di Marina Pilati Lusuardi

Copertina Un nome da regina

Un nome da regina di Marina Pilati Lusuardi

Il Ribaltone

In un novembre particolarmente mite le truppe italiane avevano raggiunto Rovereto e a Trento c’era grande animazione, molta gente scendeva in strada. I più giovani, quasi tutte ragazze (i ragazzi arruolati nei Kaiserjäger – gli Alpini austriaci – erano stati mandati sul fronte orientale in Galizia), andavano incontro ai liberatori, si avviavano verso Mattarello cantando e tenendosi sottobraccio. Coccarde tricolori erano appuntate sui baveri delle giacche e nei capelli.

Zia Maria, da sempre irredentista, voleva raggiungere le amiche in piazza. Mamma aveva quindici anni, era piccola, malaticcia, una lunga treccia di capelli neri le dondolava sulle spalle: dopo un anno di fame sembrava ancora una bambina.

In casa l’atmosfera era cupa, suo padre era un alto funzionario imperiale e non vedeva certo la Liberazione con entusiasmo; lei infatti non aveva mai condiviso l’appassionato irredentismo dei fratelli e della madre e aveva vissuto la guerra con ansia e paura. Ora aveva deciso di accompagnare la sorella incontro ai liberatori. Quanta gente! La popolazione fiera cantava l’Inno al Trentino, Il capitano della compagnia, Tapum tapum, insomma i tristi ritornelli delle trincee.

Mamma era stanca e nella folla che ondeggiava e gridava perse di vista la sorella. Sfilavano i militari dell’esercito imperiale («I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza» scriveva Diaz nel Bollettino della Vittoria il 4 novembre 1918). Si vedevano divise di tutte le fogge, carriaggi e cavalli in ritirata dal fronte. C’era un morto lungo la strada e si sentiva ancora l’eco di scoppi lontani. Mamma procedeva lentamente. Passato il ponte sul Fersina ai lati della carreggiata si allargavano campi bruni e frutteti spogli… Nel fossato si mosse qualcosa: era un coniglio! E pure bello grosso. Con uno scatto mamma lo acchiappò: era tanto tempo che non si mangiava carne. Ora però camminava veramente con difficoltà, il coniglio era pesante e si divincolava. Ma ecco un prigioniero russo!


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